Zimbabwe, il colpo di stato stagnante

di Giacomo Brunetti

La parassitica continuità a contornare una plumbea situazione sociopolitica. Nella narrazione dello Zimbabwe, la fine del 2017 rappresenterà solamente lo storico abbandono di una quarantennale dittatura, solamente nella sua persona. Robert Mugabe è stato destituito – previa indennità giudiziaria, protezione dei propri interessi economici e dieci milioni di dollari a fungere da risarcimento – e la direzione del Paese ha cambiato volto, evento che non si verificava dal 1980, quando le elezioni lo proclamarono Primo Ministro nel neonato Stato, successore della coloniale e britannica Rhodesia. Niente, però, è cambiato, né cambierà.

L’attualità è figlia di una gestione intrisa di follia e corruzione. Il corso di Mugabe era iniziato con illusorie mosse positive: “Se ieri vi ho combattuto da nemico – disse agli abitanti bianchi dello Zimbabwe pochi mesi dopo il primo incarico – oggi siete diventati alleati, con gli stessi diritti e doveri. In questo Paese non c’è più posto per l’oppressione”, ingannando con un consistente abbaglio. Il futuro riserverà dichiarazioni come “il nostro partito deve continuare a incutere terrore nel cuore dell’uomo bianco, il nostro vero nemico” e “ciò che odiamo non è il colore della loro pelle, ma il male che ne emana”. Il riassunto perfetto di ciò che il territorio africano ha dovuto subire da colui che soleva definirsi “l’Hitler contemporaneo”.

La transizione ha portato alla definitiva ribalta Emmerson Mnangagwa. Credenziali: anni di militanza insieme a Mugabe, dapprima in detenzione e poi come vice-Presidente, prima dello scontro con la First Lady per la successione al potere. Corruzione, violenza e abuso sul popolo alcune delle sue opere, fino all’inesistente condanna per il Presidente uscente. Il soprannome è “Il Coccodrillo”, in lingua Shona l’equivalente di un uomo subdolo e crudele, pseudonimo che ricordava con fierezza. “Permettetemi a questo punto di rendere omaggio a uno dei, l’unico ancora in vita, padri fondatori della nostra nazione – ha annunciato nel giorno della sua insediazione – il compagno Robert Gabriel Mugabe. Accettiamo e riconosciamo tutti il suo immenso contributo alla costruzione della nostra nazione”, ringraziando il proprio partito per non aver dato vita a una dinastia familiare.

Da quest’ultimo concetto è nato il colpo di stato, che i militari non vogliono definire golpe: una lotta interna allo ZANU-PF tra Grace Mugabe, First Lady di Robert, e Mnangagwa. Una tensione sempre maggiore, svoltasi tra l’accusa di avvelenamento che l’uomo ha indirizzato verso la donna e, viceversa, la destituzione dalla carica di vice-Presidente, con l’attuale dirigente che emigrò in Sudafrica. Uno scontro tra epoche, tra “Gucci Grace” – soprannominata così per le sue spese – a capo della “Generation 40” e Mnangagwa, sostenuto dalle alte cariche e dai veterani della guerra di Rhodesia. La moglie di Mugabe aveva assunto ormai il comando sul novantatreenne comandante: si dice addirittura che le dimissioni furono decise in camera da letto. La crescente autorità della donna poneva le basi nella fragilità, dovuta all’età, del marito che, recentemente, ha affermato: “La gente mi ama ancora, lotterò fino a cento anni”.

Lo Zimbabwe, in estate, sarà chiamato a delicate elezioni. Su tredici milioni di abitanti, il 90% è disoccupato e l’80% vive sotto la soglia di povertà. Ma il cambiamento stenta a mostrarsi all’orizzonte. Stermini, soprusi e discriminazioni, crimini umani: tutto questo ha macchiato la storia di un Paese esistente da neanche mezzo secolo. Le riforme, volte a dare beneficio solo a una selezionata cerchia di persone e interessi, hanno messo in ginocchio uno Stato il cui PIL pro capite, nel 2016, ammontava a 977 dollari americani, stazionando nella centosessantesima posizione mondiale, con un indice di sviluppo umano dello 0,516 (dato del 2015), poco fuori dalle ultime trenta del globo.

Mentre il popolo è in fase di sgomento, senza aver perso la propria dignità, Mugabe vive poco fuori dalla capitale Harare nella propria villa – costata otto milioni e mezzo, sottratti al bilancio pubblico – e osserva. “Solo Dio può destituirmi”, diceva un tempo colui che venne dipinto dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel, a nome dell’intera Europa, “il rovinatore dell’immagine della nuova Africa”. Aveva dato l’input, dopo anni di prigionia e una fuga in Mozambico, alla vera indipendenza dello Zimbabwe, promettendo e facendo alludere alla prosperità, sgretolatasi anno dopo anno in favore di miseria e disuguaglianza.

L’alba di un cambiamento sembrava sorgere nel 2008, quando Morgan Tsvangirai e l’MDC-T misero alle corde lo ZANU-PF, vicendo il primo turno con il 47,9% delle preferenze, rispetto al 43,2% di Mugabe. Si giunse quindi alla seconda votazione: nell’intervallo di tempo tra le due fasi scattarono violenze contro l’opposizione che portarono al ritiro di Tsvangirai, con la conseguente vittoria di Mugabe grazie a un’85,5% dei voti. “This is no election, this is a brutal war”, scrisse il The Guardian. Elezioni manipolate, come quelle del 2013, quando Mugabe superò Tsvangirai con il 61,09%. Grazie a chi? Emmerson Mnangagwa.

In estate il momento cruciale: Mugabe non potrà ricandidarsi, l’attuale Presidente ha invece preso d’ufficio la segreteria dello ZANU-PF. L’avversario non sarà Tsvangirai, deceduto in febbraio dopo che lo stesso partito, in merito alle sue condizioni di salute, aveva annunciato che bisognava prepararsi al peggio: al suo posto il quarantenne Nelson Chamisa, nato un anno prima dell’indipendenza riconosciuta allo Zimbabwe dal Regno Unito. Anche un terzo gruppo, il CODE, prenderà parte alla gara: la “Coalizione dei Democratici” sarà guidata da Elton Mangoma. Speranze.

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