Il vieto satellite della droga: il Tagikistan e le contraddizioni
di Giacomo Brunetti
È un territorio che sembra costruito al fine di creare innumerevoli contraddizioni. Il Tagikistan è un territorio sovietico segnato da montagne e dallo 0,3% di acque sulla propria superficie. E non solo, perché è la società che ne ha sancito un bipolarismo in espansione: povertà e dettagli persiani si sviluppano al di sopra di una politica totalitarista, un oscuro narcotraffico e sensibili limiti che bloccano una crescita possibile.
Uno spazio tanto vieto quanto fanciullesco, nel quale è necessario calarsi raccontando di una dittatura che ha assunto sembianze irreparabili. Emomali Rahmon, infatti, si è da poco guadagnato l’incarico di Presidente a vita: lui, a capo dello Stato fin dalla sua indipendenza, nel 1992, attraverso il referendum si è issato a capo perenne grazie al 94,5% dei voti. Un uomo, un programma, come evidenziato dalle movenze assunte durante il corso della guerra civile, astute e ipocrite. Dagli scontri interni parte la disamina di uno Stato contrastante.
Da una parte le forze vicine a Rahmon, dall’altra l’opposizione islamista. Nel Tagikistan c’è un forte problema di convivenza religiosa, soprattutto legato all’estremismo. Centinaia di tagiki si sono unisi allo Stato Islamico, anche un capo di una sezione della Polizia. Questo anche a fronte delle politiche avverse all’Islam attuate dalla dirigenza. Al termine di una battaglia – durata dal 1992 al 1997 – nella quale persero la vita dalle cinquanta alle centomila vittime, l’attuale Presidente accettò di scendere a compromessi: il 30% del controllo del Governo sarebbe stato in mano all’Islam. Salvo poi cambiare idea. E, come premessa per la creazione di un Paese, non è certamente la migliore ipotesi per garantire correttezza e prosperità.
Prima di addentrarci nelle vicende prettamente tematiche, è necessario approfondire la situazione presidenziale. Rahmon, oltre all’incarico a vita, si è garantito – con la stessa durata – l’immunità per lui e la propria famiglia in ambito giudiziario. Padre di sette figlie e due figli, il Governo è una questione genealogica: la figlia quarantenne Ozoda è il capo dell’ufficio esecutivo del Presidente, la ventiseienne Rukhshona è vice-capo del dipartimento dell’organizzazione internazionale del Ministro degli Esteri, mentre il figlio trentenne Rustam è il Sindaco della capitale Dushambe. Il genitore, invece, ha raccolto svariate onoreficenze straniere, dal Pakistan alla Lettonia. Sunnita, si è formato in una fattoria di cotone.
Ecco, dal cotone si apre l’analisi sull’economia tagika. Durante l’egemonia sovietica, i territori coltivabili erano esclusivamente dedicati a questo filato. Dalla fine degli anni novanta, il concetto di agricoltura è stato diversificato: anche grazie al supporto di agronomi svizzeri, il Tagikistan ha implementato la produzione diversificando le piantagioni, regalandosi maggiore competitività e introiti, tentando anche la sfida del cotone biologico. Tutto questo non deve illudere: il Paese ha lo stipendio più basso delle ex repubbliche URSS e metà popolazione non ha accesso ad acqua potabile pulita. Inoltre, la copiosa montuosità del territorio impedisce di avere a disposizione vasti campi per la coltivazione.
La zona è ricca di risorse naturali come gas, salgemma, petrolio e carbone, e minerali rari quali uranio, radio, oro e arsenico. Giacimenti preziosi che si scontrano con una realtà economica disadattata. Sugli otto milioni di abitanti, un milione è emigrato – legamente o non illegalmente – in Russia o in Kazakistan per trovare un lavoro decente. Gli asiatici, infatti, registrano il centocinquantasettesimo PIL nominale del mondo.
Interessante è l’economia che si sviluppa sotto al primo strato. Narcotraffico, terrorismo. Ci sono cinque gruppi, correlati allo smercio e al commercio di droga, interessati e controllati per questo traffico. A prima difesa di quello afghano, poiché almeno un quinto della produzione dello Stato confinante passa da lì. Il Tagikistan osserva impotente un situazione più grande di lui e politicamente incontrollabile, anche per Rahmon. Il sistema è semplice e ridondante: la sostanza attraversa il confine dalla catena montuosa del Pamir, sfruttando la fisionomia di un territorio ostile alla civilizzazione. Gli altopiani sono sgombri, avversi; i piccoli villaggi presenti annuiscono al commercio assecondandolo, riuscendo a trarre un minimo profitto agevolando i flussi e coltivando l’oppio. Assoldamento di adolescenti dall’età inferiore ai quattordici anni – immuni a perseguimento giudiziario – è un fenomeno, iniziato al cessare dell’attività sovietica in Afghanistan, che prosegue grazie all’utilizzo di camion ma anche di muli.
Il narcotraffico apre scenari appariscenti e vessati. Secondo l’UNODC – fonte Limesonline – una quantità paragonabile all’intero consumo annuo di Europa e Nord America, cento tonnellate, attraversa nell’arco delle quattro stagioni i confini del Tagikistan. Inesistenti le strutture di recupero per i tossicodipendenti tagiki, l’unica meta per essi sono le prigioni. Preoccupante la posizione del Paese, consapevole, inerme e sibillinamente ignaro: Rahmon finge di non vedere, puntando su qualsiasi altro tema per affermarsi e, probabil,ente, non avere troppi problemi a riguardo. Problemi che, invece, danneggiano l’ente statale e i suoi cittadini.
Rahmon, in quello che ormai può essere definito regime, per quanto personificato esso sia, è sostenuto da russi, cinesi e mondo occidentale come cuscinetto sui talebani in Afghanistan. Soprattutto i primi lanciano accordi per limitare i danni. Fino al 2003, la frontiera esposta alla droga – milletrecentoquarantaquattro chilometri – era presieduta da un accordo bilaterale con la Russia: allo scadere dell’intesa, questa non è stata rinnovata, sguarnendo la line. Nel 2005, l’Unione Europa ha stanziato trenta milioni di dollari per metterla in sicurezza. Sedici, invece, quelli spesi dagli Stati Uniti per combattere il narcotraffico in quella zona. Cinque anni dopo, poi, Mosca è tornata sulla questione, trovando coesione anche con il Pakistan e lo stesso Afghanistan.
In tutto ciò si stagna il terrorismo, con oltre quindici gruppi e novecento profili ricercati, anche per estremismo. Come scritto, è forte la contaminazione delle ideologie islamiche. In un Paese guidato follemente da un Presidente che chiede di abolire i compleanni e vieta di incapsulare i denti nell’oro regna l’autonomia dei narcotrafficanti, in un territorio che sicuramente non ha teso la mano, per la conformazione, al quieto e legale formarsi del proprio sviluppo.